Di Alessandra Callegari
Mettersi nei panni dell’altro: è uno dei capisaldi della professione per un counselor (e per qualsiasi professionista che lavora al servizio degli altri: dal medico all’infermiere, dall’assistente sociale al mediatore culturale, dall’avvocato al poliziotto, dall’insegnante all’educatore…). Fare un giro con i vestiti degli altri vuol dire uscire dalla propria zona di comfort, mettere da parte le proprie convinzioni, aprirsi ad altre possibilità, smettere di ancorarsi alla propria verità come unica e universale, affrontare l’insicurezza e il “non so”, perdere il controllo…
A distanza di anni, quello di “io sono l’altro” (la canzone è del settembre 2019) resta un messaggio sempre attuale. Anzi, oggi più che mai.
Che cosa vuol dire essere l’altro? È essere diverso, essere quello che sta dall’altra parte, che è “più” (fortunato, ricco, bello, bravo, di successo…) o che è “meno” (fortunato, ricco, bello, bravo, di successo…). Essere l’altro vuol dire essere diverso in tutti i sensi: l’altro che viene commiserato, denigrato, umiliato, disprezzato, oppure l’altro che viene invidiato, criticato, accusato, insultato.
L’altro è tutti quelli che incontriamo sulla nostra strada e non sono come noi… o che sono così simili a noi da metterci in crisi costringendoci a riflettere. Sono tutti quelli che arrivano da noi counselor in studio, a portarci il proprio mondo, le proprie relazioni difficili, la paura, il dolore, la rabbia per le situazioni complicate in cui si trovano, le esperienze di vita che li mettono alla prova, la mancanza di amore, il bisogno di riconoscimento, in senso di inadeguatezza, la solitudine. E di volta in volta ci fanno da specchio… o ci obbligano a metterci in discussione.
Dice Fabi a proposito della sua canzone: “Esiste un’espressione, In Lak’ech, che nella cultura Maya non è solo un saluto ma una visione della vita. Può essere tradotta come ‘io sono un altro te’ o ‘tu sei un altro me’. Che si parta dalla mistica o dalla fisica quantistica si arriva sempre alla conclusione che l’altro è imprescindibile nella nostra vita e che siamo solo particelle di un tutto insondabile. Allora l’empatia diventa non solo un dovere etico, ma l’unica modalità per sopravvivere, l’unica materia che non dovremmo mai dimenticarci di insegnare nelle scuole. Conoscere e praticare i punti di vista degli altri è una grammatica esistenziale, come riuscire a indossare i loro vestiti, perché sono stati o saranno i nostri in un altro tempo della vita.”
In Lak’ech, come il Namaste indiano o l’Aloha hawaiano, è un saluto che implica onorare l’altro, riconoscerlo nel suo essere diverso e simile nello stesso tempo, vederlo per davvero (ricordate il saluto “Io ti vedo” nel film Avatar di James Cameron?).
L’empatia, dunque, come dovere etico, prima ancora che come qualità e risorsa professionale. Conoscere e praticare punti di vista diversi è imprescindibile in quanto esseri umani, e per noi counselor vuol dire accompagnare gli altri, a loro volta, ad allargare la prospettiva, ampliare le possibilità, acquisire capacità nuove di decisione, scelta, cambiamento. Per noi che facciamo questo bellissimo mestiere, che abbiamo il privilegio di portare nel mondo, se lo vogliamo, una testimonianza di accoglienza, condivisione, solidarietà, comprensione, inclusione, integrazione, l’invito è a non smettere mai di farci un giro, con i vestiti dell’altro.
Ecco il testo della canzone:
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